Spaghetti Western: il buono, il brutto e il cattivo design
Spaghetti Western: il buono, il brutto e il cattivo design
🎙️ Design leadership 3.b: Luca Di Tomassi
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🎙️ Design leadership 3.b: Luca Di Tomassi

STAGIONE 2 - PUNTATA 6

“Posso solo dirti che chiunque ha lavorato con me dirà che sono
un enorme rompicoglioni e il signor no.”

Luca Di Tomassi come sempre va dritto al nocciolo della questione, e subito dopo aggiunge una cosa che mi ha fatto riflettere: è stata la parte più faticosa di tutto il lavoro. Forse può sembrare che a lui piaccia essere così, ma non è vero: dire no costa fatica, più di quanto si pensi.

Il peso del no

Luca ha scelto la strada più difficile: dire no quando serve, giustificando ogni volta il perché. Mai per opinione, ma basandosi su dati, visione, comprensione del dominio.

Ed è qui che il ruolo del design manager diventa chiaro. Non sei lì per fare bella figura. Sei lì per proteggere il lavoro del team e per evitare che l’azienda sprechi tempo e soldi su prodotti che non servono.

Le grosse organizzazioni hanno un problema enorme, spiega Luca. Il 60-65% del lavoro che viene fatto all’interno è autogenerato per dare lavoro alle persone, non con una finalità funzionale. Entropia progettuale. Otto milioni di slide per ottomila progetti, quando servirebbe concentrarsi per bene per farne funzionare alcuni: quelli importanti.


QUESTA È LA STAGIONE 2 - Spaghetti Western: essere Design Manager e il futuro del digital design.


Fighting verso l’alto, protezione verso il basso

Gli chiedo come gestisce il rapporto con il team quando deve affrontare queste battaglie con gli stakeholder.

La prima risposta è la logica conseguenza di quanto detto fino a qui: ha fatto sempre molto fighting verso l’alto. Luca sa di non essere un elemento facile da gestire per chi sta sopra, ma il team va protetto.

Ma ha anche coinvoloto il team, chiedendo chi volesse unirsi a questo approccio, perché non è per tutti e costa una fatica devastante.
La maggior parte è rimasta a fare il proprio lavoro in maniera protetta, così da arrivare al tavolo quando già si era creata la condizione migliore, quella dell’ascolto.

La famiglia che resta

Quando parliamo di team, Luca usa una parola precisa: famiglia. E non è una frase fatta, perché poi aggiunge che è un team che rimane anche oltre i nuovi lavori e le nuove realtà.

Per chi ha lasciato il gruppo di lavoro è sempre stato un momento di gioia. Feste, mai pianti. Perché si spostano per nuove opportunità ma i rapporti restano.

E quando gli chiedo come gestisce il confine tra lavoro e amicizia all’interno del team la sua risposta è di nuovo sicura: non ci ha mai pensato.
Le persone che ha scelto per il team le ha scelte soprattutto perché hanno velocità di pensiero, e chi ce l’ha non ha bisogno di certi tipi di spiegazione.

Quando si tratta di selezione, Luca non guarda il curriculum, non gli interessa. Il primo driver è la velocità di pensiero e l’adattamento.

E subito dopo c’è l’istinto. I primi dieci minuti sono rappresentativi del resto del tempo che avrà con quella persona. Non è superficialità: in dieci minuti capisci se una persona pensa oltre la competenza, se sa fare collegamenti, se sa reagire allo scomodità.


Quello di Luca non è un percorso per tutti.
Lui stesso lo dice: costa una fatica devastante. Ma è un percorso necessario se vuoi che il design conti davvero. E se vuoi costruire qualcosa che resta.


Nella prossima puntata ripartiremo con una nuova storia, un nuovo percorso. Perché ogni design leader traccia la sua strada, e contribuisce a disegnare la mappa che stiamo costruendo insieme.

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Assolutamente, procediamo.